Ok, quindi abbiamo deciso che vogliamo introdurre l’Intelligenza Artificiale a scuola. Ma come?
In un precedente articolo ci siamo interrogati sul perché usare l’IA a scuola: ce n’è veramente bisogno? Secondo noi sì. Una volta chiarite le motivazioni però, scendiamo un po’ più in profondità e chiediamoci come farlo: cosa ha senso portare in classe e nelle abitudini di studentesse e studenti? A quale età?
Ragioniamoci un po’ insieme partendo dall’esperienza: scopriamo cosa conoscono docenti e discenti per poi poter operare una scelta consapevole.
L’importanza della scelta
Se hai letto “Perché usare l’intelligenza artificiale a scuola”, ne hai tratto forse un’unica grossa e scomoda conclusione: perché siamo obbligati. Niente complottismi, eh! Mi raccomando! Però il ragionamento che ti abbiamo proposto è sostanzialmente: “l’IA è così pervasiva e utilizzata che non farne uso ci pone solo in svantaggio”.
Se la società muove tutta in una direzione, bisogna saper prevedere i punti di passaggio (se non i punti di arrivo, troppo distanti e talvolta sfuggenti) e decidere coscientemente quali passi fare e in quale direzione.
Il punto qui è che se l’uso dell’IA a scuola è un po’ stato deciso per noi, … se vogliamo, allora a noi resta un compito importante: la scelta di cosa e come portare all’attenzione delle studentesse e degli studenti.
E non è cosa da poco questa!
Dal punto di vista degli obiettivi generali e della normativa di base, abbiamo le linee guida del Ministero dell’Istruzione e del Merito. Noi in quanto comunità educante però possiamo scegliere, anzi, dobbiamo scegliere quali strumenti e quali contenuti usare, praticare e divulgare.
Partiamo dall’osservazione: cosa sanno le persone dell’IA?
Da bravi scienziati di formazione, partiamo con l’osservare il quadro attuale. Negli ultimi anni abbiamo avuto il piacere di discutere di IA con tanti gruppi di persone: con classi di ogni ordine e grado, con i docenti, con gruppi eterogenei di ragazze e ragazzi e di pubblico generico.
Il panorama è ovviamente molto variegato. Il tema dell’IA è molto ampio e si può aggredire da diversi punti di vista. Se guardiamo al suo uso più strumentale, allora parliamo dopotutto di uno strumento digitale, che, in quanto tale, riflette usi e competenze delle persone allo stesso modo del saper usare a pieno lo strumento Meet o Zoom, o i documenti per il lavoro condiviso via cloud, per fare esempi diffusi in ambito scolastico. Con questo vogliamo sottolineare che ci sono persone con competenze più sviluppate, semplicemente perché hanno già fatto pratica, e persone con competenze meno sviluppate.
Chiedendo ad esempio in una classe quinta della scuola primaria “Cosa vi viene in mente se vi dico Intelligenza Artificiale?”, le prime risposte potrebbero essere … i brain rot. Senza voler entrar nel merito di cosa sia un brain rot, ammesso che tu non ne abbia incontrato nemmeno un esempio finora, il dettaglio che ci interessa qui è che essi sono un prodotto di strumenti IA, non sono essi stessi uno strumento.
Qualcuno già in classi primarie, ma molti di più nelle secondarie di primo grado sanno che esiste Chat GPT e forse lo hanno anche usato. Molto spesso conoscono questo strumento perché lo si usa in famiglia. A volte, soprattutto nelle classi di secondaria, sono gli stessi insegnanti che ne hanno proposto l’uso.
Se andiamo alle secondarie di secondo grado allora le differenze individuali di uso degli strumenti IA diventano ancora più sottili e interessanti. Studentesse e studenti delle superiori ovviamente conoscono i chatbot IA, anzi cominciano a staccarsi dall’idea di Chat GPT come IA per antonomasia e sanno che esistono altri prodotti simili e decidono persino quale usare in base ai loro scopi. La funzione oracolare di questi “chiacchieroni pseudo intelligenti” assume da quest’età in poi la massima espressione, per cui alla vecchia frase “chiedi a Google”, – inteso come motore di ricerca online –, quando non si conosceva o ricordava qualcosa, si è oggi sostituito il “chiedi a Chat GPT”. Poiché ragazze e ragazzi delle superiori sono più maturi dei loro colleghi in primaria o secondaria di primo grado, si nota già un atteggiamento critico nei confronti dei chatbot: studentesse e studenti brillanti sanno già che il lavoro originale autoprodotto ha un valore più alto di quell’ottima media che può offrire un generatore di testo.
Andando infine a esaminare il grado di utilizzo e di consapevolezza di strumenti IA tra docenti e dirigenti ovviamente si nota quella forte divergenza individuale, che ricalca la predisposizione all’uso di strumenti digitali che discutevamo prima, ma interviene un altro fattore che studentesse e studenti non hanno ancora dovuto a affrontare nelle loro vite (beati loro!): la ripetitività dei documenti da produrre.
Se pensiamo agli strumenti IA come all’evoluzione odierna dei robot nelle catene di montaggio, allora è proprio sulle operazioni ripetitive e volutamente prive di creatività e individualità che tali strumenti si rendono veramente utili!
Per riassumere, se si chiede alle persone cosa sanno di IA, dalle loro risposte si evince che probabilmente conoscono alcuni prodotti dei generatori di testo/immagini/video (come i brain rot che girano virali sui social) oppure sanno che esistono questi generatori. Molti ne fanno uso, alcuni ne fanno larghissimo uso. Quanti ne fanno uso davvero consapevole?
Ogni volta si fa sentire silenziosa una frustrazione che sale dal profondo, una vocina che ti urla da così lontano che sembra un sussurro: “ma veramente usavamo tantissimi sistemi IA da prima che esplodesse Chat GPT”… È proprio questa vocina che ci fornisce il punto di partenza per la riflessione su cosa portare in classe, su come operare la nostra scelta.
Siamo sicuri che saper usare un chatbot significhi conoscere davvero l’IA? Nel prossimo articolo vedremo perché per insegnare davvero l’IA a scuola serve smontare il giochino e capire cosa si cela sotto la superficie.
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Immagine di copertina: Javier Allegue Barros via Unsplash.